Economia

Rapporto MIL€X 2018: la spesa militare italiana per il 2018

Rapporto MIL€X 2018I dati dell'Osservatorio Milex: la spesa militare vale l'1,4% del Pil. Pesa, oltre ai bilanci di Difesa, l'aumento dell'importo destinato al ministero dello Sviluppo per l'acquisto di nuovi armamenti. E una quota è destinata al Nuclear Sharing, le spese di mantenimento dell'arsenale nucleare Usa dislocato in Italia

Ammonta a 25 miliardi di euro la spesa militare italiana per il 2018, l’1,4 per cento del Pil, con un aumento del 4 per cento rispetto al 2017. Si tratta ormai di una tendenza di crescita avviata dal governo Renzi (con un 8,6 per cento in più rispetto al 2015) che non accenna a fermarsi. Nel 2018, infatti, crescono anche il bilancio del Ministero della Difesa (21 miliardi, il 3,4% in più rispetto al 2017) e i contributi del Ministero dello Sviluppo Economico all’acquisto di nuovi armamenti (3,5 miliardi di cui 427 milioni di costo mutui, ossia il 115% in più nelle ultime tre legislature).

A rivelarlo è il Rapporto MIL€X 2018,(1) (2) a cura di Enrico Piovesana, cofondatore dell’osservatorio sulle spese militari italiane e di Francesco Vignarca della Rete italiana per il Disarmo. Il dossier è stato presentato oggi presso la sala stampa della Camera dei Deputati alla presenza di Daniel Högsta, coordinatore della campagna ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons), premio Nobel per la Pace 2017.

Russia e Cina mirano al controllo del trasporto marittimo globale

Russia e Cina mirano al controllo del trasporto marittimo globalePotrebbe la Russia controllare una larga fetta del trasporto marittimo globale nel prossimo futuro?

La frase del presidente russo, detta scherzosamente ai rappresentanti della Cina alla cerimonia del primo carico di gas liquefatto nello stabilimento LNG Jamal: “La Via della Seta ha raggiunto il Nord. La uniremo con la rotta del Mare del Nord, e sarà proprio ciò di cui abbiamo bisogno: La Via della Seta Polare”, frase che si è rivelata profetica e anche piuttosto pragmatica.

Nel primo Libro bianco sulla politica della Cina nell’Artico, pubblicato dal Consiglio di Stato della Cina, una dichiarazione diretta e inequivocabile afferma che la Cina intende “congiuntamente con altri Stati, creare rotte commerciali marittime nella regione artica nell’ambito della struttura dell’iniziativa ‘Via della Seta Polare’”. Quali “altri Stati” siano, nessuno l’ha detto. Ma basta aprire una mappa e ci sono, naturalmente, Stati Uniti e Canada, senza alcun rapporto con l’iniziativa “Via della Seta”, e la Norvegia, che non rappresenta nulla di valore nel quadro del megaprogetto cinese. “Possiamo fare passi costruttivi per coordinare le strategie di sviluppo con gli Stati artici”, afferma la strategia cinese, “Innanzitutto, promuovere sforzi congiunti per creare un corridoio economico marittimo tra Cina ed Europa attraverso l’Oceano Artico. Le imprese cinesi sono incoraggiate a partecipare allo sviluppo delle infrastrutture, ai viaggi commerciali di prova in conformità con leggi e regolamenti appropriati“.

Perché la Cina è interessata alla rotta del Mare del Nord? Altre rotte marittime trans-eurasiatiche, da una prospettiva a lungo termine, possono essere instabili, soprattutto in termini di sicurezza.

Cosa costa all'Italia la fuga dei cervelli?

Fuga dei cervelliIl ministro Padoan ha toccato l'argomento dei giovani che vanno all'estero in cerca di migliori opportunità di lavoro e di studio. L'ufficio Studi di Confindustria ha calcolato il costo del 'brain drain'. Una nostra verifica

Durante la cerimonia di apertura dell’anno accademico all’università “La Sapienza” di Roma, il 18 gennaio, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha citato il problema della fuga dei cervelli. Padoan ha detto che “ancora troppi giovani lasciano il nostro Paese per migliori opportunità all’estero” (qui il video, a 1h 26’ 20’’(1).

Ma quanto costa la cosiddetta “fuga dei cervelli”? Una stima recente ha posto il totale a circa un punto di PIL. Come vedremo, è probabilmente una valutazione troppo generosa.(2)

Oggi è normale che le persone si spostino all’estero per sviluppare al meglio le proprie capacità. Il problema della “fuga dei cervelli”, in inglese brain drain, nasce quando in un Paese arrivano meno persone con un alto livello di istruzione rispetto a quante ne partono. In quel caso c’è una perdita del cosiddetto “capitale umano”, e se dura molto a lungo ha effetti sulla capacità di innovazione e produttività del Paese.

Non è facile stimare il costo del fenomeno dal punto di vista numerico: la “fuga dei cervelli” è infatti soprattutto una perdita di conoscenze e potenzialità, che danneggia le prospettive di crescita future e si può quantificare solo con difficoltà. Qualche osservazione sulla stima recente è necessaria.

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