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In arrivo ondata di referendum per uscire dall'Ue

In arrivo ondata di referendum per uscire dall'UeLo chiamano tsunami Brexit.

È lo tsunami politico in arrivo da partiti e movimenti di destra o improntati al populismo di diversi paesi europei, pronti a chiedere in totale ben 34 referendum che potrebbero decretare anche per loro il divorzio dall’Unione europea. È quanto emerge da una ricerca messa a punto dallo European Council on Foreign Relations (ECFR).

Diversi “partiti insurrezionisti”, così come viene riportato, stanno invocando i referendum su diverse questioni, dall’appartenza all’Ue alla politica di immigrazione.

Come motivazioni, vengono citati sia la paura che la Turchia entri a far parte dell’Ue, che l’accoglienza ai rifugiati che è stata promossa dalla cancelliera tedesca Angela Merkel.

Così Mark Leonard di ECFR:

“Molti di questi partiti insurrezionisti hanno opinioni sulla politica estera che si avvicinano più alle posizioni del presidente russo Vladimir Putin che a quelle del presidente Obama”.

Nuove strategie per il progetto della “Grande Eurasia”

Vladimir PutinLa Russia ha a lungo sostenuto che l’espansione della SCO rafforzerà lo status internazionale dell’organizzazione.

Ma ora a quanto pare la Russia suggerisce una sorta di raggruppamento economico oltre la SCO.

Il Cremlino ha delineato una visione ambiziosa del nuovo raggruppamento d’integrazione globale oltre le unioni economiche e politiche già esistenti in Eurasia. Eppure c’è mancanza di chiarezza su come l’entità proposta possa conciliarsi con le organizzazioni ed accordi regionali esistenti.

L’Unione Economica Eurasiatica (UEE) della Russia diverrebbe parte di una entità d’integrazione maggiore, una “Grande Eurasia” annunciata dal Presidente Vladimir Putin. Questa maggiore partnership eurasiatica potrebbe includere anche Cina, India, Pakistan, Iran, Stati ex-sovietici ed altri interessati, ha detto.

La Foxconn licenzia 60mila operai. Verranno sostituiti dai robot

La Foxconn licenzia 60mila operai. Verranno sostituiti dai robotLa Foxconn, azienda taiwanese che produce la metà delle componenti dei dispositivi elettronici di consumo venduti nel mondo, ha ridotto la propria forza lavoro, grazie all’introduzione dei robot che sostituiscono gli operai.

Un taglio drammatico: da 110.000 ad appena 50.000 operatori.

Niente da dire: «Un successo nella riduzione del costo del lavoro». Fino a dieci anni fa, scrive “Contropiano”, per capire dove stava andando il capitalismo occorreva guardare agli Stati Uniti. Ora invece fa testo la Cina, divenuta “la manifattura del mondo” grazie a un costo del lavoro che 40 anni fa era ai minimi mondiali.

Altri punti di forza: la concentrazione politica del potere (il sindacato assorbito dal partito unico) e l’apertura agli investimenti stranieri, in cambio della condivisione del know how.

Centinaia di milioni di persone avevano così «smesso di essere contadini in esubero per trasformarsi in operai industriali, assicurando un tasso di crescita del Pil superiore al 10% per oltre venti anni e facendo conquistare al paese il ruolo di seconda potenza industriale del pianeta». Ma la musica sta cambiando: «Ogni favola ha una fine, anche e soprattutto quelle capitalistiche».

La Foxconn, aggiunge “Contropiano”, era anche conosciuta per l’alto tasso di suicidi tra i suoi lavoratori, schiacciati da ritmi infernali. «Ma i robot fanno meglio, più velocemente, senza soste fisiologiche, 24 ore su 24. Non si lamentano, non pretendono adeguamenti salariali, non si ammalano, non scioperano mai e non rischiano di farlo in futuro.

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