Economia

Eugenio Benetazzo: dubbi sull'economia italiana

Eugenio Benetazzo: dubbi sull'economia italianaAnche quest’anno in prossimità dell’estate ho raccolto ed analizzato la hit parade dei dubbi finanziari del piccolo risparmiatore ed investitore italiano. Iniziamo per gradi.

Il primo semestre del 2018 ha finalmente riportato tutti con i piedi per terra dopo il tipico clima di esuberanza irrazionale che aveva caratterizzato sia i mercati finanziari tradizionali che il mondo delle criptovalute. Soffermiamoci in tal senso a rileggere le esternazioni di sei mesi fa: gli outlook di analisti e commentatori finanziari erano spocchiosamente positivi, l’anno che stava per iniziare ci doveva proiettare in un nuovo mondo fatto di mega performance.

Solo per ricordarne uno: a fine 2017 si parlava del Bitcoin a 500.000 dollari o dello S&P500 oltre i 3000 punti grazie al boost della Trumponomics. Tuttavia dopo le prime settimane dell’anno abbiamo potuto assistere alla più violenta ed improvvisa contrazione all’interno di una singola seduta di negoziazione dell’indice americano degli ultimi dieci anni, mentre il settore delle criptovalute ha visto esplodere la bolla che si era andata formandosi in progressione dall’estate del 2017. Il rendimento del decennale statunitense nel frattempo si è portato a ridosso della soglia dei tre punti percentuali aprendo la porta del peggiore scenario per gli investimenti obbligazionari.

La divergenza delle politiche monetarie tra USA ed Europa, restrittiva la prima ed ancora espansiva per quasi un anno la seconda, ha creato i presupposti per il rafforzamento del dollaro, quest’ultimo rinvigorito anche dalle nuove dinamiche di mercato che scaturiscono dal Governo Trump.

Un mercato globalizzato

Viviamo in un mercato globalizzato, unificato non solo per quanto riguarda l’economia e la finanza ma per tutti gli altri settori.

Come per l’informazione, globalizzata e velocizzata, che dalla carta stampata si è trasferita sul web, dilagando su ogni contesto per il tramite dei social-network.

Il risultato è quello di maggiori utenti, velocità in tempo reale, diffusione su di un territorio molto ampio.

In precedenza coloro che controllavano l’informazione, il sistema dell’istruzione scolastica e la “conoscenza”, controllava il “popolo”, vale a dire le genti di ogni razza e nazione.

Tali meccanismi erano dunque appannaggio dei Governanti, delle Chiese e delle Lobbies di potere, le quali si sforzavano di controllare la vita dei cittadini, quella economica e sociale.

Per certi aspetti, l’alfabetismo diffuso rappresentò il principio di una nuova era di “prigione” per i popoli, che da quella di natura economica si trasformò in un’altra più subdola di tipo “psicologico”.

Nella nostra era del “web”, in cui tutti (in teoria) possono avere un accesso ad informazioni non sempre “controllate” dal Potere, la maggiore diffusione della “conoscenza”, intesa come obiettiva verità, determina una conseguente perdita del potere di controllo sul mondo, almeno in un certo senso ed in via tendenziale.

Bruno Chastonay: l'andamento dei tassi di interesse

Bruno Chastonay: l'andamento dei tassi di interesseCon il rialzo dei tassi d’interesse chi ci guadagna?

In primis le banche, per l’aumento dello spread, ovvero il differenziale tra gli interessi corrisposti sui depositi e sulle altre forme di raccolta e su quelli lucrati sulle operazioni di credito attive (mutui, altri prestiti, crediti al consumo ed altro). I vantaggi economici in genere si manifestano anche a favore degli altri intermediari creditizi, così come per i settori produttivi dei macchinari (tecnologici) e delle costruzioni.

Ma il problema di base, che è stato creato dal:

lungo periodo di tassi “zero o negativi”,

con l’iniezione di una super ampia liquidità nei mercati finanziari (si veda una nostra precedente rubrica su questa Review),

deve in qualche modo essere superato, poiché connesso a:

misure di politica monetaria di natura straordinaria, attuate per sostenere la ripresa economica globale; azioni concertate da tutte le Banche Centrali e Governi dei principali paesi, dal 2008 in poi.

L’obiettivo primario resta sempre quello di un target d’inflazione prossimo al 2pc.

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