Economia

Aliquota fiscale molto blanda per il colosso Apple

Nemmeno chi ha il reddito più basso in Italia, tra 0 e 15mila euro, paga meno tasse di Apple. L’aliquota fiscale più blanda, quella per le fasce deboli nel nostro Paese è del 23%.

Apple, invece, nel trimestre chiuso al 31 marzo, ha registrato un tax rate del 14,5%. In parte grazie al taglio fiscale voluto dal presidente Donald Trump, in parte grazie al suo sistema di società offshore create per eludere la tassazione nei Paesi in cui vende al di fuori degli Stati Uniti.

I conti di Apple

Un’aliquota ridottissima che ha permesso di far volare gli utili a 13,8 miliardi contro gli 11 miliardi registrati negli stessi tre mesi dell’anno precedente.

Nel 2017, su un utile prima delle tasse di 14,684 miliardi di dollari, Apple aveva pagato 3,655 miliardi di tasse.

Nel 2018, su un utile pretasse di 16,168 miliardi, al fisco sono arrivati solo 2,346 miliardi.

Vuol dire che Apple è passata da un tax rate del 24,89% a un tax rate del 14,5%.

Bruno Chastonay: situazione delicata per le Banche Centrali

Bruno Chastonay: situazione delicata per le Banche CentraliViviamo in queste ultime settimane dei momenti delicati per le Banche Centrali e per alcuni Governi, che sono obbligati a confrontarsi con il famoso detto … “tutti i nodi vengono al pettine”.

Il primo ruolo delle Banche Centrali non è di risolvere i problemi del mondo, ma quello di garantire la stabilità:

- dei prezzi,

- della inflazione e la sana tenuta dei conti e

- delle esposizioni debitorie dei privati e della pubblica amministrazione.

Dalla crisi innescata dai sub-prime statunitensi nel 2008, abbiamo avuto un intervento massiccio di iniezione di liquidità da parte di Governi, Banche Centrali, ed altra numerose iniziative atte a superare la conseguente crisi economica.

Nonostante i massicci livelli di liquidità iniettati sui mercati, si sono registrati dei risultati piuttosto deludenti e, nei casi di segnali positivi, soprattutto fragili.

Tirando le somme, a 10 anni di distanza, si evidenzia un livello dei debiti in continuo aumento, a nuovi record massimi, nonostante il crollo dei tassi, per livelli prossimi allo zero o negativi.

Il recupero delle Economie si mostra sostanzialmente “blando”, considerando i bassi livelli di sviluppo consuntivati, con vantaggi soprattutto a favore delle grandi aziende, multinazionali in primis.

L’impero del dollaro è al capolinea

L’impero del dollaro è al capolineaL’impero del dollaro volge al termine. Il dollaro sta per compiere una ritirata notevole.

Nel 1944-1945 il dollaro-oro fu imposto dopo che gli Stati Uniti (USA) furono tra i vincitori della Seconda Guerra Mondiale ed imposero la propria moneta al Regno Unito, sostituendo la sterlina come valuta di riferimento mondiale.
All’inizio degli anni settanta la crisi del dollaro-oro (che si trascinava dal 1967) pose fine al dollaro basato sull’oro; tuttavia, l’accordo ottenuto dall’ex-segretario di Stato Henry Kissinger e dalla Casa dei Saud permise la nascita del cosiddetto petrodollaro.

Il petrodollaro era la moneta che esprimeva gli interessi delle multinazionali statunitensi già inglobanti Europa e Giappone.

In realtà, il petrodollaro non è la valuta nazionale del capitale industriale statunitense, perché le multinazionali statunitensi dominavano produzione, commercio mondiale e consumo globale del petrolio. Per tale ragione poterono concordare e imporre la nuova valuta di riferimento mondiale, il petrodollaro, strumento d’estorsione che costringe tutti i Paesi a scambiare produzione e lavoro reali con una moneta creata dal mero debito e senza base. Oggi sempre più Paesi vedono il predominio del dollaro come ostacolo alla sovranità e al buon sviluppo nell’economia globale, mostrandone l’attuale crisi d’egemonia.

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