Astronomia

Riserve di ossigeno su Marte potrebbero supportare la vita

Secondo un modello i livelli di ossigeno su Marte potrebbero anche teoricamente superare la soglia necessaria per supportare la vita aerobica semplice

Modello che descrive le condizioni in base alle quali l'acqua ossigenata potrebbe esistere su Marte sfida le credenze tradizionali sull'abitabilità del pianeta.

Un team guidato da scienziati del Caltech e del Jet Propulsion Laboratory (JPL) ha calcolato che se su Marte esiste acqua liquida, potrebbe - in condizioni specifiche - contenere più ossigeno di quanto si pensasse in precedenza. Secondo il modello, i livelli potrebbero anche teoricamente superare la soglia necessaria per supportare la vita aerobica semplice.(1)

Questa scoperta è in contrasto con l'opinione attualmente accettata su Marte e il suo potenziale di ospitare ambienti abitabili. L'esistenza di acqua liquida su Marte non è scontata. Anche se è lì, i ricercatori hanno a lungo scartato l'idea che potesse essere ossigenata, dato che l'atmosfera di Marte è circa 160 volte più sottile di quella della Terra ed è composta principalmente da anidride carbonica.

“L'ossigeno è un ingrediente chiave nel determinare l'abitabilità di un ambiente, ma su Marte è relativamente scarso”, afferma Woody Fischer,(2) professore di geobiologia al Caltech e coautore di un articolo pubblicato su Nature Geoscience. “Nessuno ha mai pensato che le concentrazioni di ossigeno disciolto necessario per la respirazione aerobica potrebbero teoricamente esistere su Marte”, aggiunge Vlada Stamenkovic del JPL,(3) autore principale del giornale Nature Geoscience.(4)

Trovare l'acqua liquida su Marte è uno dei principali obiettivi del 'programma Marte' della NASA. Negli ultimi mesi, i dati da una sonda europea hanno suggerito che l'acqua liquida potrebbe trovarsi al di sotto di uno strato di ghiaccio nel polo sud di Marte.

Gli astronomi hanno tracciato l'oggetto interstellare 'Oumuamua

Astronomi guidati da Coryn Bailer-Jones sono riusciti a rintracciare 'Oumuamua e ad identificare 4 stelle in cui l'oggetto potrebbe aver avuto origine

Gli astronomi hanno osservare 'Oumuamua un oggetto astronomico proveniente da un altro sistema stellare che visitava il nostro Sistema Solare.

Una squadra di astronomi, guidati da Coryn Bailer-Jones del Max Planck Institute for Astronomy, ha localizzato l'oggetto interstellare 'Oumuamua in diverse possibili stelle. L'oggetto è stato scoperto alla fine del 2017 - questa è stata la prima volta che gli astronomi sono stati in grado di osservare un oggetto astronomico proveniente da un altro sistema stellare che visitava il nostro Sistema Solare. Bailer-Jones e i suoi colleghi hanno usato i dati del satellite astrometrico Gaia dell'ESA per trovare quattro stelle compatibili in cui 'Oumuamua avrebbe potuto iniziare il suo lungo viaggio, più di un milione di anni fa.

La scoperta dell'oggetto interstellare ora noto come 'Oumuamua nell'ottobre 2017 è stata una prima assoluta: per la prima volta, gli astronomi hanno potuto visitare un oggetto interstellare che passa vicino al nostro sistema solare. Sfortunatamente, questo oggetto è stato localizzato solo mentre stava partendo, ma gli astronomi hanno potuto ancora utilizzare telescopi terrestri e spaziali per misurare il movimento dell'oggetto.

Ora, un gruppo di astronomi guidati da Coryn Bailer-Jones(1) è riuscito a rintracciare 'Oumuamua e ad identificare quattro stelle candidate in cui l'oggetto interstellare potrebbe aver avuto origine. Studi precedenti avevano tentato ricostruzioni simili all'origine di 'Oumuamua, ma non avevano proposto candidati plausibili.

A questi primi studi mancava un ingrediente cruciale: nel giugno 2018 un gruppo guidato dall'astronomo dell'ESA Marco Micheli(2) aveva dimostrato che l'orbita di 'Oumuamua, all'interno del Sistema Solare, non è quella di un oggetto in caduta libera, cioè di un oggetto che si muove esclusivamente sotto l'influenza della gravità. Tuttavia, dalle osservazioni scaturisce che ci fu un'ulteriore accelerazione quando l'oggetto era vicino al Sole.

Gli esopianeti potrebbero essere palle d'acqua

I dati trasmessi dal Kepler Space Telescope e dalla missione Gaia indicano che molti degli esopianeti conosciuti potrebbero contenere fino al 50% di acqua

Gli scienziati hanno dimostrato che l'acqua è probabilmente un componente importante degli esopianeti in orbita attorno ad altre stelle che sono da due a quattro volte più grandi della Terra.

Lo studio, che è stato presentato lo scorso mese di agosto alla conferenza Goldschmidt,(1) tenutasi a Boston, avrà implicazioni per la ricerca della vita nella nostra Galassia.

Una nuova valutazione dei dati provenienti dal telescopio spaziale Kepler Space Telescope(2) e dalla missione Gaia indicava che molti degli esopianeti conosciuti potevano contenere fino al 50% di acqua, molto più dello 0,02% di acqua della Terra in peso.

Il dottor Li Zeng,(3) ricercatore capo presso l'Università di Harvard, ha asserito: "È stata una grande sorpresa rendersi conto che ci devono essere così tanti mondi acquatici".

Gli scienziati hanno scoperto che molti dei 4000 esopianeti, confermati o candidati, scoperti finora si dividono in due categorie: quelli con un raggio planetario che si aggira intorno a 1,5 rispetto a quello della Terra, e quelli con una media di circa 2,5 volte il raggio della Terra.

"Abbiamo esaminato come la massa si rapporta al raggio e abbiamo sviluppato un modello che potrebbe spiegare la relazione", ha detto il dottor Li Zeng.

Il modello di Li ha indicato che gli esopianeti con un raggio di circa 1,5 volte il raggio terrestre tendono ad essere pianeti rocciosi, mentre quelli con un raggio di 2,5 volte il raggio terrestre sono probabilmente mondi acquatici.

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