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Quale verità si nasconde dietro il business dell'acqua in bottiglia

Bottiglie di plastica L'altra sera mi sono fermato al distributore di benzina, e nell'attesa ho approfittato per comprare una bottiglietta d'acqua dall'autogrill. In esposizione c'era una mezza dozzina di marchi, con almeno altrettante variazioni delle suddette marche, andando a costituire un buon terzo delle bevande disponibili.

E di tutte le acque in bottiglia che ho assaggiato nella mia vita, ben poche mi sono sembrate diverse dall’acqua di rubinetto. La differenza in fondo sta nel sapore (che deriva da trascurabili quantità di minerali/elementi chimici). L’acqua—le due parti di idrogeno e quella parte di ossigeno di cui abbiamo bisogno—non cambia mai, fintanto che rimane acqua. A meno che gli americani non inizino a bere quella Gran Lago Salato [il lago salato appena fuori Salt Lake City, appunto], gran parte degli elementi non cambiano molto nell’economia di quanto questa ci fa bene o male.

Non importa se la trovate nel caffè, se è quella di una sorgente in alta montagna, o se arriva da quella che molto probabilmente è la migliore riserva della vostra città, con un po' di fluoruro e cloruro; in qualsiasi forma la assumiate, il vostro corpo la userà. Infatti, una larga percentuale dell’acqua che ci serve è coperta dal cibo. È addirittura possibile che nel vostro organismo ci sia un surplus di liquidi, anche quando conducete una dieta discutibile come quella a base di Fonzies e carne essiccata.

In un secolo sono scomparse il 75% delle varietà di frutta

FruttaI frutti del passato per garantire un futuro più sostenibile, per salvaguardare la cultura italiana e al tempo stesso venire incontro all’esigenza, sempre più sentita, di mangiare cibi sani, privi di alterazioni e veleni.

Questo il tema del seminario ‘Frutti del passato per un futuro sostenibile’ organizzato dall’Ispra, che si è tenuto lo scorso 19 aprile 2013 presso il ministero delle Politiche agricole, in cui i massimi esperti italiani ed internazionali di salvaguardia della biodiversità agraria e recupero di varietà in via di estinzione hanno discusso “su come recuperare le colture perdute in una prospettiva futura, di grande utilità sia per l’aspetto alimentare e scientifico che per quello economico e sociale”.

Infatti, “nell’ultimo secolo, in Italia, alcune specie di frutta come albicocco, ciliegio, pesco, pero, mandorlo e susino hanno registrato una perdita di varietà pari a circa il 75%, con punte massime per albicocco e pero, dal tasso di sopravvivenza varietale di appena il 12%. Nel solo Sud Italia, tra il 1950 e il 1983, è stato riscontrato che delle 103 varietà locali mappate durante il primo sopralluogo, solo 28 erano ancora coltivate poco più di trent’anni dopo.

Perfino una coltura che è orgoglio dell’Italia, come quella della vite da vino, sembra essersi terribilmente ‘impoverita’ nell’ultimo secolo”. Questi sono alcuni dei dati che testimoniano l’importanza di tutelare la frutta e i prodotti agricoli della nostra storia. Per il made in Italy d’eccellenza, che è il nostro vino, “a partire dalla ricostituzione dei vigneti conseguente alla diffusione della fillossera (insetto dannoso per la vite) avvenuta a fine Ottocento, il numero dei vitigni, coltivati all’epoca in alcune migliaia (400 nella sola provincia di Torino), è sceso nel 2000 a circa 350, di cui 10 soltanto occupano il 45% della superficie vitata italiana”, denuncia l’Ispra.

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Acqua in bottigliaBusiness miliardari con introiti enormi per le aziende e scarsissimi ritorni per le Regioni. Enorme impatto ambientale e alti costi per i consumatori. In occasione della giornata mondiale dell’acqua, che si celebra oggi 22 marzo, Legambiente e Altreconomia presentano 'Acqua in bottiglia', il dossier che svela le pecche di un vizio tutto italiano.

Un giro d’affari pari a 2,25 miliardi di euro che riguarda 168 società per 304 diverse marche commerciali; l’uso di oltre 6 miliardi di bottiglie di plastica prodotte utilizzando 456 mila tonnellate di petrolio, che determinano l’immissione in atmosfera di oltre 1,2 milioni di tonnellate di CO2: c’è un vero e proprio business dentro una bottiglia d’acqua.

L’abitudine tutta italiana di preferire l’acqua in bottiglia a quella del rubinetto innesca, infatti, un meccanismo economico che porta immensi guadagni alle aziende imbottigliatrici e un’enorme consumo di risorse per il Paese, oltre ad alti livelli di inquinamento indotto e consumo di risorse.

Nel 2011 i consumi di acqua sono aumentati rispetto all’anno precedente, passando da 186 a 188 litri per abitante all'anno (nel 2011), numeri che confermano il primato europeo del nostro paese per i consumi di acque minerali: dei 12,350 miliardi di litri imbottigliati nel solo 2011, oltre 11,320 miliardi sono stati consumati dentro i confini nazionali. Senza dimenticare che ancora oggi solo un terzo delle bottiglie viene avviato correttamente al riciclo, mentre la gran parte continua a finire in discarica o ad essere dispersa nell’ambiente e che per l’85% dei carichi si continua a preferire il trasporto su gomma.

Questo vuol dire che una bottiglia d’acqua che proviene dalle Alpi percorre oltre 1000 km per arrivare in Puglia, con consumi di carburante e emissioni di sostanze inquinanti conseguenti.

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