Filosofia

La conoscenza della personalità e delle sue tendenze

La conoscenza di noi stessi vuol dire riconoscere il nostro Vero Essere, quello che siamo realmente. Questo è il nostro primo dovere come uomini

La conoscenza di te stesso! Poche persone hanno saputo interpretare correttamente questa massima di Talo di Mileto, iscritta nel frontespizio del “Tempio dell’Oracolo di Delfo”. Chi è questo “sé stesso” che dobbiamo conoscere? Ci sono per caso, aspetti del nostro essere che ignoriamo?

Ci si riferisce, in questa massima, forse alla personalità, al carattere? Evidentemente no. La conoscenza della personalità e delle sue tendenze è importante, questo è ovvio, ma se conoscersi fosse unicamente questo, non si sarebbe posto questo precetto sul frontespizio del Tempio.

Conoscere sé stesso, vuol dire riconoscere il nostro “Vero Essere”, quello che siamo realmente, oltre qualsiasi speculazione intellettuale o razionale, oltre qualsiasi supposizione. È conoscere la radice della nostra esistenza, il proposito fondamentale e la nostra eredità cosmica. E di tutto questo, ovviamente, ne sappiamo veramente poco o nulla.

Conoscere sé stesso, è ritrovare tutte le potenzialità e possibilità, che come “Figli di Dio” abbiamo ereditato dal nostro Creatore. Frugare nelle nostre parti più profonde ed intime, per vedere chi e che cosa siamo realmente. Questo è il nostro primo dovere come uomini. La tripla interrogazione chi sono? da dove vengo? dove vado? costituisce il principio filosofico della vita e la primordiale affermazione che l’essere umano possiede alcune profondità, attecchite in suoli di immortalità, e un anelito altissimo, che esige di scoprirle e manifestarle.

Quale è il proposito della mia esistenza? che cosa faccio qui? Domande chiave, che prima o poi, sorgono in ogni uomo, come conseguenza del risveglio dell’intelligenza. Quale è la causa, allora, che ci fa vivere come esseri che, in realtà, non siamo? La risposta è semplice benché complicata da capire: noi uomini, in realtà, non siamo “svegli” ma sogniamo di esserlo, e ciò succede perché siamo sommersi in un profondo sonno ipnotico.

Johannes Fiebag, il confine tra irrealtà e realtà

Alcuni scienziati sostengono che le particelle subatomiche sono processi, probabilità. Camminiamo su un filo al confine tra il vuoto ed il nulla

Come è possibile costruire qualcosa di concreto, oggettivo e tangibile su qualcosa che consiste solo di potenzialità; dove, in che punto si oltrepassa il confine tra irrealtà e realtà?

Johannes Fiebag, geologo ed ufologo tedesco, purtroppo scomparso prematuramente, in un celebre saggio dedicato agli altri, amplia l'orizzonte dell'investigazione, ponendosi domande che esulano dai confini dell'Ufologia.

Nel capitolo conclusivo, infatti, si chiede: “In che misura è reale la nostra realtà? Quant'è effettiva la nostra oggettività?”

Sarebbe auspicabile un approccio a questi basilari problemi, scevro di dogmi sia scientifici sia religiosi, come quello con cui Fiebag tenta di sondare l'insondabile. Sfortunatamente la “scienza” dominante è talmente ottusa da rifiutare di porre tra parentesi le sue granitiche certezze sul mondo: un'indagine spassionata ed avventurosa diventa così impossibile.

Fiebag osserva che la realtà è piena di fratture oltre che autocontraddittoria: “Nel mondo dell'infinitamente piccolo e nel mondo dei quanti la nostra percezione della realtà fallisce totalmente. Il fisico Werner Heisenberg scrisse un giorno: 'Negli esperimenti che compiamo sugli stati atomici ci troviamo di fronte a cose, apparizioni che sono altrettanto reali come lo sono i più comuni oggetti che usiamo e troviamo nella vita di tutti i giorni. Gli atomi e le particelle stesse tuttavia non sono altrettanto reali, cioè non lo sono allo stesso modo, perché formano il mondo delle potenzialità e non quello delle cose tangibili... Gli atomi non sono cose.”

Fiebag si chiede: “Come è possibile costruire qualcosa di concreto, oggettivo e tangibile su qualcosa che consiste solo di potenzialità; dove, in che punto si oltrepassa il confine tra irrealtà e realtà?” È un quesito gordiano cui se ne potrebbe aggiungere almeno un altro: perché la possibilità si trasforma in atto? Il reale come ridondanza.

Una scienza chiamata arte

Ogni vera opera d’arte ha una sua propria luce interna, una sua vita, e rappresenta potenze e forze che invocano negli osservatori una risposta spirituale

L’Arte è la manifestazione creativa dell’essere umano. Per creare arte sono necessarie intelligenza, amore, volontà ed una formidabile dose di bellezza, insieme ad un profondo desiderio o anelito di materializzare tali aspetti.

Ovunque troviamo arte, benché sia necessario classificarla in due tipi sostanziali: il Regio o superiore e l’arte superficiale o istintiva.

La differenza sostanziale la troveremo sempre nel profondo dell’opera stessa.

L’Arte si rivela, nel mondo delle forme, sotto forma di pittura, musica, architettura, scultura, danza, recitazione ecc. La ritroviamo ad esempio nelle grandi piramidi d’Egitto e del Messico, nelle pitture di Michelangelo, Raffaello e Rembrant, nelle composizioni magne di Beethoven, Brahms e Mozart e così via.

L’arte è una scienza, la scienza che rivela la creatività e la bellezza dell’Anima umana. Solo “questa arte” rimane dopo secoli. Ogni vera opera d’arte ha infatti una sua propria luce interna, una sua vita, e rappresenta potenze e forze che invocano negli osservatori una risposta spirituale. Se anche negli osservatori la luce dell’anima brilla, allora essi saranno in grado di riconoscere la vera arte.

Può darsi che l’artista stesso non sia cosciente della grandezza spirituale della sua opera, della sua luce interna, e che egli sia addirittura un ateo o agnostico, un superficiale o anche un fannullone. Questo non importa realmente, e benché ciò possa sorprendere, la verità è che a molti grandi artisti e geni creativi non è importato affatto il tema esoterico, religioso o spirituale.

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