Desertificazione

Il disboscamento illegale: crimine organizzato che distrugge le foreste dell'America latina

Il disboscamento illegale: crimine organizzato che distrugge le foreste dell'America latinaIl traffico illecito di legname incoraggia altri crimini come la deforestazione, lo sfruttamento del lavoro, la tratta di esseri umani, l'invasione della terra, l'evasione fiscale, la falsificazione di documenti e la corruzione dello stato.

Il disboscamento illegale è il crimine contro le risorse naturali che genera più profitti nel mondo, è il terzo più grande crimine in tutto il mondo, secondo il rapporto intitolato “Transnational crime and the developing world”,(1) pubblicato nel marzo 2017 da Global Integrità finanziaria, un'organizzazione statunitense che indaga sui flussi finanziari illeciti.

Il valore dei profitti generati da questo crimine transnazionale in tutto il mondo è calcolato tra 52 e 157 miliardi di dollari all'anno, secondo la suddetta indagine. Il Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP)(2) stima che il 30% di tutto il legname venduto nel mondo sia illegale.

Insight Crime, un centro di ricerca sulla criminalità organizzata, ritiene che l'Amazzonia sia l'occhio della tempesta del disboscamento illegale. La deforestazione, insieme con l'estrazione illegale e il traffico di droga, sono i crimini più investigati in America Latina.(3)

Cambiamenti climatici: mezzo miliardo di profughi

Cambiamenti climaticiSuccede in Louisiana, Brasile, New York, Australia, Thailandia, Filippine, Alaska. Succede un po’ dappertutto per le comunità di mare. Gente che vive sulle coste e che deve abbandonare le proprie case per colpa di erosione, innalzamento dei livelli del mare, tempeste violente, perdita di terreno. Secondo un recente articolo pubblicato su “Nature Climate Change”, sono circa 1 milione le persone che hanno dovuto abbandonare le proprie abitazioni. Per la precisione 1 milione e 300mila.

E mentre fino a pochi anni fa si cercava di proteggere quello che c’era, adesso l’atteggiamento prevalente è di andare via. Cosa fare infatti con l’arrivo di mareggiate senza precedenti, allagamenti e continuo innalzarsi del mare? Si possono alzare le strade e le case, cercare di proteggere le lagune, migliorare i codici con cui si costruisce. Ma si può anche decidere di lasciare perdere, visto che i costi sono elevati, ed è certo che il clima e l’ambiente non torneranno quelli di prima. È questo il dilemma delle comunità costiere.

Storicamente, migrazioni di massa collegate alle condizioni climatiche sono molto ben documentate, e quello che viviamo adesso – appunto il milione e trecentomila anime che hanno dovuto lasciare le proprie case – è la manifestazione dei nostri tempi del problema. Durante il secolo 1900-2000 i livelli del mare si sono innalzati di ben dodici centimetri. Le previsioni sono di varie decine di centimetri in questo secolo.

Paolo Barnard: centinaia di milioni di rifugiati climatici

Migranti climatici«Se pensate che i migranti di oggi siano un problema, non avete ancora visto nulla. E questo lo dico con un rispetto angosciante per le stragi nel Mediterraneo», afferma Paolo Barnard.

«Vi sembrano troppi 1 milione di arrivi via mare in Europa nel 2015? Ce ne sono 300 milioni in India che prima o poi partiranno. Dieci milioni in Bangladesh, come minimo. E in Africa del nord e Sahel le stime sono talmente alte che gli esperti non sanno quantificarle oggi».

E cosa spingerà questo tsunami di migranti inimmaginabile verso di noi? La guerra?

«No, è la causa secondaria», come la povertà?

Il vero motivo – che porta con sé guerra e fame – è un altro: il cambiamento climatico. «È provato oltre ogni dubbio», scrive Barnard sul suo blog. «Basta sfogliare le relazioni presentate all’Accordo di Parigi sul Clima nel dicembre 2015, e i dati sono tutti lì. E sono orrore liquido».

Perfino in Siria, il “climate change” viene prima – molto prima – del conflitto, come causa di esodo. È «il vero inizio della crisi demografica» in quel martoriato paese. Crisi climatica, innanzitutto, «che poi ha alzato le tensioni per sfociare in guerra».

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