Geologia

Terremoti e simmetria sismica

Terremoti e simmetria sismica

Lo studio dei terremoti mette in dubbio i primi avvertimenti, ma suggerisce una migliore previsione.

Un recente studio, pubblicato da Nature, (1) ha analizzato circa 100.000 eventi sismici localizzati per cercare modelli nei dati. Il professor Satoshi Ide (1) dell'Università di Tokyo ha scoperto che i terremoti di diversa intensità sono più frequenti di quanto si pensasse in precedenza. Ciò suggerisce che mettere a punto lo sviluppo di sistemi di allerta precoce potrebbe risultare più difficile del previsto. Al contrario, le somiglianze tra alcuni eventi indicano che le caratteristiche prevedibili possono aiutare i ricercatori a tentare di prevedere eventi sismici.

Fin dagli anni '80, i sismologi si sono chiesti quanto sia possibile prevedere e come si comporterà un terremoto, date alcune informazioni sulle sue condizioni iniziali. In particolare se si può prevedere l'eventuale grandezza basata su misurazioni sismiche vicino al punto di origine o epicentro. La maggior parte dei ricercatori considera questa idea troppo improbabile data la casualità del comportamento sismico, ma il professor Satoshi Ide pensa che ci sia molto di più.

“Prendendo ispirazione da uno studio che ha confrontato terremoti di dimensioni diverse, ho deciso di analizzare un set di dati sismici di una regione nota come zona di subduzione Tohoku-Hokkaido nel Giappone orientale”, ha affermato Satoshi Ide. “Un confronto sistematico di circa 100.000 eventi sismici in 15 anni mi porta a credere che i terremoti non siano diversi in modo casuale ma condividano molte somiglianze.”

La Terra ricicla il fondo dell'oceano in diamanti

La Terra ricicla il fondo dell'oceano in diamanti

I diamanti sul tuo dito sono molto probabilmente fatti di fondali marini riciclati e cucinati in profondità sotto la crosta terrestre.

Secondo una nuova ricerca, pubblicata su Science Advances, (1) condotta dai geoscienziati della Macquarie University a Sydney, in Australia, tracce di sale intrappolate in molti diamanti mostrano che le pietre sono formate da antichi fondali marini che sono stati sepolti in profondità sotto la crosta terrestre.

La maggior parte dei diamanti trovati sulla superficie terrestre sono formati in questo modo, altri sono creati dalla cristallizzazione di fondenti nel profondo del mantello terrestre.

Negli esperimenti che ricreano le pressioni estreme e le temperature trovate a 200 chilometri di profondità, il dottor Michael Förster, il professor Stephen Foley, il dottor Olivier Alard e i colleghi della Goethe Universität e Johannes Gutenberg Universität in Germania, hanno dimostrato che l'acqua marina nei sedimenti, dal fondo dell'oceano, reagisce nel modo giusto per produrre l'equilibrio di alcuni sali trovati nel diamante.

Lo studio pone una domanda di lunga data sulla formazione dei diamanti. A tal proposito il dottor Michael Förster asserisce: “c'era una teoria secondo cui i sali intrappolati all'interno dei diamanti provenivano dall'acqua di mare marina, ma non potevano essere testati. Le nostre ricerche hanno dimostrato che provenivano da sedimenti marini.”

I diamanti sono cristalli di carbonio che si formano sotto la crosta terrestre in parti molto antiche del mantello. Sono portati in superficie con le eruzioni vulcaniche tramite l'espulsione di un particolare tipo di magma chiamato kimberlite.

Barriere coralline: non c'è ritorno dal viaggio acido

Barriere coralline: non c'è ritorno dal viaggio acido

Un nuovo studio rileva che le barriere coralline sono minacciate dall'acidificazione degli oceani.

Lo studio, pubblicato recentemente su Nature Climate Change, (1) è stato condotto da ricercatori del Centro di eccellenza ARC per Coral Reef Studies (Coral CoE). I loro risultati suggeriscono che alcuni coralli e alghe coralline - il “collante” che tiene insieme le barriere coralline - non possono sopravvivere negli oceani che si sono acidificati a causa dei cambiamenti climatici.

“I risultati confermano la precedente ricerca sulle minacce di acidificazione degli oceani e sul danno, che questa acidità, può cagionare alle barriere coralline”, ha detto l'autore principale il dottor Steeve Comeau, (2) che presta la sua attività presso la sede della Sorbonne Université del CNRS Laboratoire d'Océanographie de Villefranche sur Mer in Francia.

Il professor Malcolm McCulloch, (3) del Coral CoE, presso l'Università del Western Australia, ha detto che i ricercatori hanno esaminato il fluido calcificante di quattro specie di corallo e due tipi di alghe coralline, per un periodo di un anno, constatando che gli effetti sul fluido calcificante sono stati rapidi e persistenti per tutto il periodo di controllo.

Il dottor Christopher Cornwall, (4) attivo presso la Victoria University di Wellington in Nuova Zelanda, sostiene che le alghe coralline cementano insieme le scogliere creando un ideale habitat per molte specie. Il calo delle alghe coralline potrebbe portare alla perdita di importanti specie marine che utilizzano le alghe come vivaio.

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