Salute

Con la tecnica EMS aumenta la percentuale di sopravvivenza dopo l'arresto cardiaco

In caso di arresto cardiaco un cambiamento nel tipo di paramedici del tubo respiratorio può migliorare le probabilità di sopravvivenza e salvare molte vite.

Uno studio finanziato dal NIH ha mostrato che in caso di arresto cardiaco un cambiamento nell'uso del tubo respiratorio può salvare più vite.

Un nuovo studio ha mostrato che un cambiamento nel tipo di paramedici del tubo respiratorio, utilizzato per rianimare i pazienti con arresto cardiaco improvviso, può migliorare significativamente le probabilità di sopravvivenza e salvare migliaia di vite. Più del 90 percento degli americani che soffrono di improvviso arresto cardiaco muoiono prima o, poco dopo, aver raggiunto un ospedale.

“Durante la rianimazione, aprire le vie aeree e avere un accesso adeguato è un fattore chiave per la sopravvivenza di una persona che va in arresto cardiaco al di fuori di un ospedale”, ha detto George Sopko, MD, MPH, direttore del programma nella divisione di Scienze cardiovascolari NHLBI e coautore dello studio. “Ma una delle domande scottanti in pronto soccorso preospedaliero è stata, 'Qual è il miglior dispositivo per le vie aeree?'”

Finanziato dal National Heart, Lung, and Blood Institute (NHLBI), che fa parte del National Institutes of Health, questo studio è il più grande del suo genere per testare i metodi di consegna dell'ossigeno usati dai vigili del fuoco, dai fornitori di servizi di pronto soccorso (EMS) e dai paramedici. È il primo a dimostrare che un particolare intervento sulle vie aeree può influire positivamente sui tassi di sopravvivenza dei pazienti. I risultati sono stati pubblicati online sul Journal of American Medical Association.

“Questo studio ha dimostrato che solo gestendo bene le vie aeree nella fase iniziale della rianimazione, potremmo salvare più di 10.000 vite ogni anno”, ha spiegato il dottor Sopko.

I fornitori di servizi di pronto soccorso (EMS) trattano la maggior parte dei 400.000 arresti cardiaci extraospedalieri ogni anno.

La FDA annuncia il via libera all'anello contraccettivo

La Food and Drug Administration approva il primo anello vaginale contraccettivo, controindicato per fumatrici, che può essere usato per un anno intero

Il contraccettivo può essere usato per 12 mesi, ma è controindicato per fumatrici sopra i 35 anni

via libera al primo anello vaginale contraccettivo che può essere usato per un anno intero.

La notizia proviene direttamente dal sito ufficiale della Food and Drug Administration,(1) ente governativo americano che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici insieme al Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani degli Stati Uniti: via libera al primo anello vaginale contraccettivo che può essere usato per un anno intero.

Biodegradabile, flessibile, Annovera (così è stato chiamato) può essere utilizzato dalle donne per tre settimane e poi necessità di una di pausa, così per un anno.

A base di estradiolo e progesterone non richiede la conservazione in frigo, ma basta lavarlo e riporlo in una custodia in un luogo dove non vengano superati i 30 gradi centigradi.

Annovera prima di avere il nulla osta per la vendita ha dovuto superare tre test clinici fatti su donne sane di età compresa tra i 18 e i 40 anni, alla fine è risultato che solo al massimo quattro di loro sono rimaste incinte durante il periodo di prova del nuovo contraccettivo.

Dai test risulta anche che Annovera provoca gli stessi effetti collaterali di altri prodotti contraccettivi ormonali come mal di testa, nausea e dolori addominali.

Allontanarsi dalla natura favorisce le malattie

Nell’arco di solo un paio di generazioni abbiamo sviluppato tecnologie e sostanze chimiche sintetiche che ci hanno permesso di isolarci dalla natura

Noi tutti soffriamo di quella che Richard Louv, autore di “L’ultimo bambino nei boschi” (Rizzoli, 2006) ha denominato “disturbo da deficit di natura”. Due o tre generazioni fa si viveva molto più a contatto con la natura.

Le nostre radici agricole furono precedute da millenni di caccia, raccolta, allevamento e pesca. Tutte queste attività richiedevano una connessione innata con l’ambiente naturale. Dovevamo saper decifrare i canti degli uccelli, interpretare le nuvole, conoscere la direzione del vento, seguire le correnti, riconoscere gli insetti nocivi e curare una mucca malata. La nostra stessa sopravvivenza era legata a quelle forme di sapere e i nostri antenati hanno risalito la catena alimentare padroneggiando quelle preziose abilità.

Provavano un rispetto sacro e profondo per la natura, perché comprendevano il legame di nutrimento vitale che essa offriva… La nostra memoria genetica e la nostra linea di ascendenza ci vedevano vicini alle erbe, agli alberi, al suolo e agli elementi. Ricevere una quantità sufficiente di pioggia era una questione di vita o di morte. Si conservava l’acqua perché qualcuno, quella mattina presto, aveva dovuto fare 3 chilometri a piedi per procurarla.

Quando si trovava del cibo, ci si rallegrava e si rendeva grazie: se cadeva a terra, si soffiava via la polvere e lo si mangiava. Non c’erano margini di spreco. Gli scarti finivano nel concime e le ossa andavano ai cani che proteggevano il nostro territorio e ci aiutavano nella caccia; perfino esse avevano uno scopo e un senso.

Oggi molti di noi vivono in aree in cui la terra è ricoperta di asfalto e il nostro unico e vero modo di entrare in contatto con essa è offerto da quegli “zoo della natura” che chiamiamo parchi. Dai parchi locali alle foreste nazionali, abbiamo imprigionato Madre Terra nel tentativo di preservarla e proteggerla da noi. Noi violiamo, distruggiamo, inquiniamo. Siamo arrivati a identificarci in “quell’animale che cammina attraverso il Giardino e lo distrugge”.

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