Si parla sempre meno e si smanetta sempre di più

CellulariDai social network ai giochi, lo smartphone è sempre più intasato. Un padre e un figlio a confronto. E l'esperto dice: “Per le nuove generazioni questo oggetto non è neanche più un telefono”

Da Facebook a Instragram, passando per Tumbler e Twitter. I cellulari dei nuovi teenagers sono letteralmente intasati delle applicazioni dei social network. Stando a uno studio di Google, in media ci sono 36 app su ogni telefonino, di cui il 26% usato giornalmente. Il trend, secondo gli esperti, è ovviamente destinato a subire un'impennata. “E il rischio di avere una società sempre più alienata è concreto - ammette Lorenzo Cantoni, specialista in nuove tecnologie -. Si tratta di una sfida educativa che coinvolge tutti, indistintamente”.

Padre e figlio - Per rendersi conto che le cose stiano mutando in maniera più che rapida basta confrontare la schermata del cellulare di un padre e di un figlio qualsiasi. Lo abbiamo fatto con Guido e Michel Montalbetti, rispettivamente 48 e 19 anni, di Capriasca. “Sul mio cellulare ho solo lo stretto necessario, non sono molto amico del telefono”, dice papà Guido. “Io ho sempre lo smartphone a portata di mano - ammette invece Michel -, non potrei farne a meno”.

Fenomeno social - Le statistiche di Google indicano che il 68% delle app scaricate su cellulari e tablet riguarda i social network. E il telefonino di Michel non fa eccezione.

“Ho ovviamente Facebook e Instragram. Li hanno tutti, sono utili per comunicare tra amici. Uso anche parecchio Snapchat. Consente di inviare ai miei contatti immagini istantanee che si cancellano automaticamente dopo qualche secondo”. Poi però puntualizza: “Non sono il tipo che mette online ogni cosa che fa. Ci sono mie coetanee che si credono Miss Mondo e postano 50 foto al giorno”.

Sotto la lente - Cantoni analizza il boom delle app da due punti di vista: tecnologico e sociologico. “Va detto che le app non hanno sostituito i siti. È scientificamente provato che gli utenti continuano a usufruire regolarmente delle classiche piattaforme web. Il fatto che molte app siano scaricate ma poi non vengano utilizzate con frequenza, inoltre, non è marginale”.

Compulsione - Significa che il fenomeno ha una forte connotazione antropologica. “L'uso dello smartphone a volte è diventato qualcosa di compulsivo. Se una persona dimentica le mutande a casa è un problema. Se dimentica il cellulare, invece, è un grosso problema. Abbiamo bisogno di questo strumento, che per le nuove generazioni non è neanche più un telefono”.

Macchina universale - I giovani vedono il cellulare come una macchina universale. “In cui - fa notare Cantoni - la funzione telefono ha un'importanza marginale. Ora ci sono Skype, Whatsapp... Si comunica con internet”. Senza contare la parte ludica. Lo smartphone offre mille opportunità da questo punto di vista. “Basti pensare alle migliaia di giochi che nascono ogni mese. Si scarica l'app, si gioca per un certo periodo, e poi subentra subito qualcosa di nuovo”.

Divario - Il divario con le passate generazioni in poco tempo si è fatto enorme. “Io ho solo Whatsapp - precisa Guido Montalbetti -. E poi qualche app particolare come quella dell'orario dei treni o quella dell'altimetro. Non per questo, però, mi sento di un altro mondo. La differenza tra me e mio figlio c'è, e si nota. Credo, tuttavia, che si tratti di una questione di interessi differenti soprattutto. Quello che piace a me, non piace a lui. E viceversa”.

Comunicazione - Sarà. Intanto basta recarsi in un qualsiasi luogo pubblico per rendersi conto di come le app abbiano cambiato e condizionato la vita delle nuove generazioni. “Non è raro - riprende Cantoni - vedere un gruppo di ragazzi, ma anche di adulti, attorno a un tavolo tutti intenti a smanettare con il cellulare. Giocano, aggiornano Facebook, inviano messaggi. E non si parlano. Non voglio drammatizzare, ma occorre rendersi conto delle ripercussioni che questi nuovi dispositivi possono avere sulle relazioni umane”.

Autore: Patrick Mancini / Fonte: tio.ch

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