Il caso Mladic: La NATO ha usato il tribunale come arma di propaganda

Mladic“Tutto ciò è una bugia. Questo è un processo della NATO“. Le parole provocatorie del Generale Mladic ai giudici del tribunale per crimini di guerra ad hoc per la Jugoslavia, controllato dalla NATO, risuonavano forte e chiaro il giorno in cui finsero di condannarlo.

Avrebbe potuto aggiungere “ma la storia mi assolverà” e molto di più, ma fu cacciato dalla stanza dal giudice Orie, dallo stile accondiscendente, come se avesse a che fare con uno scolaretto, invece di un uomo falsamente accusato di crimini che non ha commesso. La portavoce del Ministero degli Esteri russo,Marija Zakharova, riprendeva il generale il 23 novembre, “Va ancora affermato che il verdetto di colpevolezza, pronunciato dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia contro Mladic, è la continuazione della linea politicizzata e prevenuta che da sempre domina l’ICTY”.

Il Generale Mladic e il governo russo hanno ragione. Il documento chiamato “sentenza” lo dimostra perché appare un trattato di propaganda invece che una sentenza giudiziaria. In poco più di 2500 pagine il trio di “giudici” recita la versione dell’accusa senza sosta, dall’inizio alla fine. La difesa è menzionata solo di passaggio. L’ICTY respinge le affermazioni secondo cui sia parziale, un tribunale della NATO, ma l’ha dimostrato coi primi testimoni che chiamò preparando il terreno per ciò che doveva seguire.

Un tale Richard Butler fu chiamato a testimoniare su questioni militari generali e sulla struttura politica in Bosnia e Repubblica Srpksa. Fu presentato come “analista militare”, ma non indipendente. No, al momento della testimonianza era membro della National Security Agency degli Stati Uniti, distaccato presso l’ICTY come membro dell’accusa. Quindi, la prima testimonianza contro il Generale Mladic fu due volte parziale. Lavorava per l’intelligence statunitense che sosteneva i nemici del Generale Mladic e della Jugoslavia, e faceva parte dello staff dell’accusa. È come se la NSA e il pubblico ministero avessero, allo stesso tempo, messo piede nel tribunale per testimoniare contro l’imputato. La testimonianza di Butler ha un ruolo importante nel processo; lo stesso interpretato nel processo del Generale Krstic.

Poi appare un altro analista militare, Reynaud Theunens, che lavora anche per lo staff dell’accusa. Gli esperti in processi criminali dovrebbero essere completamente neutrali. Ma non solo agiva per conto del pubblico ministero, era anche un ufficiale dell’intelligence dell’esercito belga. Quindi è così dall’inizio del processo. Il palcoscenico è pronto; la NATO è responsabile del processo. Gli ufficiali della NATO lavorano nel tribunale, un tribunale della NATO sotto mentite spoglie delle Nazioni Unite. Di conseguenza, nei processi, i crimini della NATO e delle forze bosniache non vengono mai menzionati. Il contesto è deliberatamente ristretto per dare un quadro distorto degli eventi. Il giudizio continua con dettagliate recitazioni delle testimonianze dell’accusa. I testimoni della difesa, nelle poche occasioni in cui vengono citati, non hanno mai la possibilità di esporre similmente la propria testimonianza. Una riga è dedicata a ogni testimone e tutti sono dichiarati di parte se la loro testimonianza è in contrasto con quella dell’accusa.

E in cosa consistono le prove dell’accusa?

In alcune testimonianze orali di ufficiali della NATO coinvolti negli eventi lavorando nelle forze dell’ONU contro il Generale Mladic e le sue forze, testimonianze di soldati dell’esercito bosniaco e loro famiglie, dichiarazioni di testimoni e “fatti giudicati”, cioè “fatti” ritenuti tali da un altro gruppo di giudici su un altro caso, non importa se veri o falsi. Numerose volte, i giudici affermano che “la difesa dice che X non è accaduto e si basa su alcune prove a sostegno di tale affermazione. Dove tale prova è in conflitto coi fatti giudicati, la respingiamo”. In molti casi ci si affida alle dicerie. Di volta in volta, un paragrafo nella sentenza inizia con le parole: “Il testimone avrebbe detto…” Grazie a giuristi corrotti come l’ex-procuratrice canadese Louise Arbor, le dicerie, anche di seconda mano, sono ammesse come prova quando è vietato nel resto del mondo, perché la testimonianza per sentito dire non può essere verificata.

Non ho potuto seguire gran parte del processo e solo di tanto in tanto per video, quindi non posso commentare le constatazioni fattuali dei giudici del processo nella loro lunga sentenza di condanna del Generale Mladic e del suo governo, pagine dopo pagine noiose. Chi conosce la vera storia degli eventi capirà che ogni paragrafo della condanna non è che propaganda della NATO spacciata durante il conflitto, ma fatta apparire come sentenza. Perché non lo è.

Una vera sentenza in un processo dovrebbe contenere le prove presentate dall’accusa e dalla difesa e gli argomenti di entrambe le parti circa le prove. Deve contenere riferimenti a testimonianze di testimoni certificati e anche del controinterrogatorio. Poi ci dev’essere la decisione motivata dei giudici sul merito del caso di ciascuna parte e loro conclusioni motivate. Ma difficilmente si trova traccia delle prove della difesa in tale documento. Non ho trovato che alcuni riferimenti in una manciata di paragrafi e alcune note a piè di pagina, sempre brevemente citando la testimonianza di un testimone della difesa per respingerle perché non supportava la versione dell’accusa.

Ancora più scioccante è il fatto che ci sia un minimo riferimento alla testimonianza verbale, cioè ai testimoni. Invece ci sono riferimenti ad “esperti” della CIA, del dipartimento di Stato, o ad altre agenzie d’intelligence della NATO che esponevano la loro versione, che i giudici accettavano senza domande. Non c’è riferimento ad alcun esperto della difesa. Di conseguenza, non ci sono conclusioni ragionate da parte dei giudici sul motivo per cui hanno deciso di accettare le prove dell’accusa ma non della difesa. Dalla lettura di ciò, si penserebbe che non ci sia stata alcuna difesa, se non quella di facciata.

Questo non è un processo. Ma c’è qualcosa di ancor più preoccupante in ciò. Non è possibile capire se molti dei testimoni citati hanno testimoniato di persona perché ci sono pochi riferimenti alla testimonianza reale. Invece ci sono innumerevoli riferimenti a documenti di vario tipo e a “dichiarazioni di testimoni”. Questo è un fattore importante in tali processi perché le dichiarazioni dei testimoni a cui si fa riferimento sono dichiarazioni fatte, o si presume siano state fatte, da presunti testimoni ad investigatori e avvocati che lavoravano per l’accusa. Sappiamo da altri studi che in realtà tali affermazioni sono spesso redatte da avvocati ed investigatori dell’accusa, e poi presentate ai “testimoni” per impararle a memoria. Sappiamo anche che i “testimoni” spesso venivano portati all’attenzione del pubblico ministero con modalità che indicavano la presentazione di testimonianze inventate per cui venivano reclutati i testimoni stessi.

Al tribunale del Ruanda, facemmo il punto nel processo con un aggressivo esame incrociato di tali “testimoni” che invariabilmente cadevano in contraddizione, dato che non ricordavano le sceneggiature assegnategli. Ci siamo inoltre impegnati a chiedere ai “testimoni” come conobbero il personale del pubblico ministero e come furono condotte le interviste e create tali dichiarazioni. I risultati imbarazzarono l’accusa, poiché fu chiaro che erano collusi con gli investigatori nel manipolare, minacciare e influenzare i “testimoni” e complici nell’inventarsi le testimonianze.

Inoltre, è importante che chiunque legga questa “sentenza” possa far rifermento alle pagine delle trascrizioni dei testimoni, su cosa hanno testimoniato e ciò che hanno detto nel controinterrogatorio, perché una dichiarazione non è una testimonianza, ma solo una dichiarazione che non può essere utilizzata come prova. Ciò richiede che il testimone vada alla sbarra e dichiari sotto giuramento ciò che ha visto. Quindi si può interrogare sull’affidabilità degli osservatori, i loro pregiudizi, se ne hanno, la credibilità e così via. Ma in questo caso vediamo centinaia di riferimenti a “dichiarazioni di testimoni”, indicando che i giudici basavano la loro “sentenza” non sulle testimonianze dei testimoni (se chiamati a testimoniare) ma sulle dichiarazioni scritte, preparate dall’accusa e senza affrontare alcun controinterrogatorio da parte della difesa.

In tale sentenza non è affatto chiaro che i testimoni citati nelle dichiarazioni abbiano effettivamente testimoniato o meno. Se fosse così la testimonianza dovrebbe essere citata, non le dichiarazioni. L’unico scopo valido delle dichiarazioni è notificare agli avvocati ciò che un testimone probabilmente dirà nel processo, e divulgare i capi d’accusa alla difesa in modo che possa prepararsi e usare le dichiarazioni nel processo per esaminare il testimone confrontando la dichiarazione precedente con la testimonianza sotto giuramento in tribunale. La formula è semplice. Il testimone dell’accusa va alla sbarra, gli viene chiesto di dichiarare ciò che ha visto e quindi la difesa mette in dubbio il testimone, “Signor Testimone, nella vostra dichiarazione datata x ha detto questo, ma oggi dice… Esploriamo la discrepanza”. È così che dovrebbe andare.

Ma in questo caso?

Non c’è niente. Ci vorrebbe un libro per indicare i problemi del “processo” svelati da tale sentenza. Ma c’è un esempio che mette in risalto quello su Srebrenica e riguarda il famoso incontro al Fontana Hotel la sera dell’11 luglio 1995 durante cui il Generale Mladic incontrò un colonnello olandese della forza di pace per organizzare l’evacuazione dei civili da Srebrenica e l’eventuale resa della 28.ma divisione dell’esercito bosniaco. C’è un video della riunione disponibile su YouTube. Parafrasando, mostra il Generale Mladic chiedere perché gli aerei della NATO bombardarono le sue posizioni e ucciso i suoi uomini. Chiede perché le forze dell’ONU contrabbandassero armi per le forze bosniache. Chiese perché le forze dell’ONU cercavano di ucciderlo. A ciascuna domanda riceve le scuse dall’ufficiale olandese. Poi chiese all’ufficiale olandese se volesse morire e lui dice di no. Mladic rispose, né i miei uomini vogliono morire, quindi perché ci sparate? Nessuna risposta.

Il resto del video riguarda la discussione del piano per evacuare la città durante cui Mladic offriva sigarette agli uomini delle Nazioni Unite e del vino per alleviare la tensione. Per me, da avvocato difensore, è un elemento cruciale della difesa dalle accuse riguardanti Srebrenica. Ma alcun riferimento a questo video c’è nella sentenza. Invece i giudici fanno riferimento alla testimonianza di diversi ufficiali della NATO presso le Nazioni Unite presenti all’incontro in cui distorcono completamente ciò che fu detto. Non c’è alcun indizio che la difesa stanato i bugiardi ricorrendo al video; “Signore, lei afferma che questo è stato detto, ma qui nel video mostra che si sbaglia. Che cosa dice?” Non avviene da alcuna parte.

È stato visto ed ignorato dai giudici o non usato?

Non ne ho idea. Ma è chiaro che l’accusa ha scelto di non usarlo perché significava il crollo dell’accusa. Anche per le prove dell’accusa è chiaro che gli uomini della 28.ma divisione rifiutarono di deporre le armi e combatterono fino a Tuzla. La maggior parte fu uccisa nei combattimenti lungo la strada. Molti furono fatti prigionieri. Una manciata di testimoni bosniaci afferma che questi prigionieri furono massacrati. Ma la loro testimonianza è della serie “Io sono il solitario miracolato sopravvissuto al massacro”, che tendono a usare con tali prove. Non intendo usare pesantemente il falso concetto giuridico di atto criminoso congiunto per attribuire responsabilità penale al generale, la colpevolezza per associazione e senza intenzione. Che l’usino dimostra che sanno di non avere nulla contro di lui.

In sintesi, tale documento ha poco riguardo per la difesa e i fatti che presenta, e le argomentazioni della difesa sui fatti, né le argomentazioni legali complete. Ma, soprattutto, non si ha idea di quale fosse la testimonianza della maggioranza dei testimoni dell’accusa e della difesa. È come se non ci fosse stato un processo, e i giudici si erano semplicemente seduti in una stanza a setacciare i documenti dell’accusa scrivendo la sentenza andandosene. Dobbiamo supporre che ciò non sia lontano dalla verità.

Tale “sentenza” e il processo sono un’altra umiliazione della Jugoslavia e della Serbia da parte della NATO poiché è chiaro da sua creazione, finanziamento, personale e metodi, che l’ICTY è un tribunale controllato dalla NATO. Ciò è confermato dalla dichiarazione del segretario generale della NATO, che disse: “Saluto la sentenza.. i Balcani occidentali sono d’importanza strategica per la nostra Alleanza…”

In altre parole, questa condanna aiuta la NATO a consolidare la presa sui Balcani minacciando i serbi. Il Generale Mladic è un capro espiatorio per i crimini di guerra della NATO commessi in Jugoslavia, che l’ICTY copre, aiutando la NATO a commetterne altri, come vediamo da allora. L’ICTY ha dimostrato di essere ciò che ci aspettavamo fosse, un tribunale-farsa dai metodi fascisti impegnandosi in azioni mirate per far avanzare l’agenda della NATO nella conquista dei Balcani come preludio all’aggressione contro la Russia.

La NATO usa il tribunale come arma di propaganda per diffondere falsità sulla Jugoslavia, per coprire i propri crimini, per controllare le ex-repubbliche della Jugoslavia e giustificare l’aggressione e l’occupazione della NATO del territorio jugoslavo. È una macchia sulla civiltà.

Autore: Christopher Black / Articolo originale: The Mladic Case: A Stain On Civilization /Foto di WerbeFabrik / Traduzione di Alessandro Lattanzio per: aurorasito.wordpress.com

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